Privacy Policy Il Kazakhstan, ovvero la realizzazione di un sogno - Lo Spazio di M - Il blog di Marina Tana

Il Kazakhstan, ovvero la realizzazione di un sogno

by Lo Spazio di M
Il Kazakhstan, ovvero la realizzazione di un sogno

A ben rifletterci, se mi guardo indietro, imparare a viaggiare da sola  non è qualcosa è arrivato dall’oggi al domani, ma è stato frutto di un percorso, talvolta inconsapevole. Se è vero che il primo “viaggio di piacere” in solitaria, quattro giorni tra Gerusalemme e Tel Aviv nel 2014, è stato figlio di un improvviso incidente di percorso, è altrettanto vero che c’erano state prima di allora numerose occasioni in cui mi ero ritrovata a viaggiare da sola. Si trattava di viaggi estivi in cui partivo con un gruppo di perfetti sconosciuti, oppure di viaggi di lavoro.

Spesso si tende a trascurare l’importanza che i viaggi di lavoro rivestono nel costruire il nostro bagaglio di esperienza come viaggiatrici in solitaria. Come se il fatto che si tratti di lavoro, ci proteggesse dalle difficoltà in cui temiamo di incappare quando decidiamo di farci una vacanza in solitaria. Può capitare di essere in trasferta senza altri colleghi: ci tocca allora provvedere a tutto in autonomia, prendere i mezzi di trasporto da sole, cenare da sole, farci passeggiate serali da sole, e così via. Una bella palestra insomma, che ci insegna a stare in solitudine con il pretesto del dovere.

Grazie al lavoro, ho avuto la grandissima fortuna di andare in trasferta in posti che altrimenti difficilmente avrei potuto visitare. Uno di questi è il Kazakhstan, che visitai tra il 2007 e il 2008, quando ancora il paese era chiuso al turismo, e per accedervi occorreva una lettera di invito.

Il Kazakhstan rappresentò la realizzazione di un sogno, la concretizzazione di tutto quello che quando ero piccola mi immaginavo pensando al mio futuro di viaggiatrice. 

Quando, terminati gli studi universitari, iniziai a lavorare in consulenza, fui assegnata ad un importante cliente nel settore petrolifero. Ricordo bene il giorno in cui – probabilmente era il 2003 o il 2004 – ero a casa dei miei genitori, e vidi alla televisione una notizia relativa al giacimento petrolifero del Kashagan, il più grande giacimento petrolifero scoperto negli ultimi 40 anni, situato nel Mar Caspio a 80 chilometri a sud est di Atyrau, in Kazakhstan.

Non avevo idea di dove fosse Atyrau e che cosa potesse celarsi dietro al nome di questa città kazaka, né avevo bene in mente che cosa fosse davvero il Kazakhstan. Certo avevo memoria di alcune informazioni di base studiate nelle ore di Geografia: il nono paese più grande al mondo, confinante con la Cina, la Russia, la Mongolia e bla bla bla. Ma niente di più. Il suo nome duro e fiero nascondeva la promessa di molte sorprese. Dissi ad alta voce ai miei: “ora che sto lavorando per conto di una compagnia petrolifera, sarebbe un sogno poter un giorno essere mandata a lavorare proprio lì!”

Tre anni dopo, lavoravo su un progetto in ambito completamente diverso, un progetto che detestavo per le sue logiche assurde e disumane – quanto ero infelice! – ,  quando ricevo la chiamata del mio vecchio capo: “ciao Marina, come stai? Se ti dicessi Kazakhstan tu cosa mi risponderesti?”. Scoppiai in lacrime in mezzo all’ufficio e naturalmente la mia risposta fu “Quando si parte?!?”.

Fu un esperienza di circa 6 mesi in totale, inframezzati da brevissimi rientri in Italia. Non ebbi la possibilità di visitare altre località se non Atyrau – e poco importa!. Furono 6 mesi che mi diedero la possibilità di assaporare cosa voleva dire dare libero sfogo alle mie attitudini.

Il rito della partenza si ripeteva sempre uguale: alle 4 del mattino un’auto NCC veniva a prendermi sotto casa (ndr: un monolocale di 19mq) e mi portava a Malpensa, perché a quell’ora non c’erano altri mezzi per raggiungere l’aeroporto. L’autista era sempre lo stesso, Nando. All’orario stabilito mi affacciavo alla finestra che dava sul vicolo, scorgevo la sua macchinona scura e gli dicevo “Nando butto la spazzatura e arrivo!”. 

Il primo volo mi portava a Schiphol, l’aeroporto di Amsterdam, e da lì alle 7 del mattino partiva l’aereo della Air Astana per Atyrau. La cosa più divertente era osservare la coda di persone che si metteva in fila davanti al gate. A parte qualche ingegnere attempato e una manciata di consulenti, il resto della fila era costituita dal personale che lavorava sulle piattaforme petrolifere, detti genericamente i driller, cioè i trivellatori. Uomini giganti, con mani grandi quanto la mia testa! Scozzesi, americani, canadesi, sud africani, questi omaccioni che venivano da ogni parte del mondo salivano sull’aereo, dove erano assegnati solo due sedili su tre per ogni lato – il posto centrale era lasciato vuoto per consentire ai giganti (e a chi capitava loro vicino) di viaggiare in modo più confortevole…- e ordinavano whiskey alle hostess che passavano con il carrello un’ora dopo il decollo. Poco tempo dopo le prime partenze, la Air Astana tolse i superalcolici dalla sua offerta di bibite.

Ad Atyrau, una volta superate le procedure militari e la dogana, il pullman ci portava attraverso la steppa fino alla città.  La città era allora un misto di strade asfaltate trafficatissime e strade in terra battuta, palazzoni anonimi dell’ex URRS e casette di legno, grattacieli moderni che venivano costruiti a gran velocità e vaste piazze deserte, moschee e chiese ortodosse. Colpiva il contrasto tra gli immensi ingorghi dell’ora di punta e l’esiguo numero di persone che incontravi camminando lungo i grandi marciapiedi.

Ricordo le temperature torride in estate, che si avvicinavano ai 40° C, e il freddo invernale che raggiungeva punte a -30°C. Durante i mesi freddi all’ingresso di ogni edificio erano posizionate delle vaschette di acqua tiepida con delle spazzole dal manico lungo, che usavamo per lavare il fango o la neve dalle scarpe.

Il momento più emozionante fu quando attraversai il fiume Ural ghiacciato a piedi: una cosa che naturalmente non era permessa fare – e che feci assieme ad un italiano che lavorava lì da diversi anni – e che non so se oggi, per via dei cambiamenti climatici in corso, sia ancora possibile fare. A quei tempi, in inverno, dalle finestre dell’ufficio vedevamo pure le macchina passare sul letto del fiume ghiacciato. Alcuni ricavavano dei buchi nello spesso ghiaccio e pescavano nelle acque gelide dell’Ural. 

In Kazakhstan ho visto le donne più belle del mondo.

Ho mangiato in ristoranti che troveranno mai spazio su Tripadvisor, accompagnata dalle ragazze kazake che desideravano farmi conoscere quello che la loro città aveva da offrire. Senza di loro non avrei mai avuto accesso a questi locali, sempre privi di insegna (o almeno di qualcosa che fosse riconoscibile come tale) e spesso collocati dentro ai palazzi stessi! Una domenica a pranzo mi portarono in un posto che sembrava un vecchio bar, ai tavoli tovaglie di plastica a quadretti bianchi e blu consunte e appiccicose: era un ristorante daghestano! Mi servirono degli spiedoni di carne da urlo.

Quello che non dimenticherò mai, e che mi è rimasto sotto pelle, è che quel posto, quel contesto umano così lontano dall’idea di quotidianità e di società che abbiamo in occidente, era l’equivalente di un moderno caravanserraglio. Incontrai uomini e donne da tutto il mondo, che vivevano secondo un altro stile di vita e avevano dalla vita altre aspettative, rispetto a quelle che vengono impartite solitamente nella nostra società e dalla nostra educazione. Mercenari, viaggiatori, anime solitarie, persone che in quello spazio avevano trovato una loro dimensione di libertà, mi insegnarono che esistono alternative possibili. Che si può vivere “al di fuori” di certi rigidi schemi sociali.

Oggi ci sono i nomadi digitali che ce lo ricordano. A me lo hanno insegnato i giganti.

 

COSA HO MANGIATO

  •  il beshbarmak, piatto nazionale kazako a base di pasta e carne di cavallo o montone, servito con del brodo, che prende il nome dall’antica usanza di mangiarlo con le mani (beshbarmak significa “cinque dita”) trattandosi di un piatto tipico delle popolazioni nomadi
  • il palau, un piatto a base di riso e carne
  • i manti, ravioli di carne macinata, di manzo o agnello, e speziata
  • vodka, vodka, vodka…..

E’ terribile pensare che lo Storione Huso Huso, il cui caviale beluga era tradizionalmente parte dell’alimentazione comune della popolazione locale, oggi sia una specie a rischio critico di estinzione, a causa dell’inquinamento e soprattutto del fatto che un cibo povero sia stato trasformato in un ricercatissimo cibo di lusso.

DOVE DORMIVO

 Non che ai tempi ci fosse molta altra scelta eh….

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